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lunedì 21 gennaio 2013

Myrddion e la deriva alcolistica dell'Uomo di Ferro



"Dico io, con tutti i personaggi che potevi creare è assurdo che tu, un astemio, sia andato a scrivere di un alcolista!"
                         
Le parole in questione, testuali, risalgono allo scorso gennaio, quando il fardello di Nytrya ancora non gravava sul mondo della letteratura e Myrddion, per molti, era ignoto (come oggi...). 

Mio zio, leggendo la presentazione di Myrddion made in Plesio e, soprattutto, il primo capitolo, mi guardò come se fossi impazzito, un giorno, durante il pranzo domenicale in famiglia, poco dopo essere stato costretto a comprare due copie dalla sorella (mia madre, insomma).

Come Myrddion sia diventato un alcolista, e come io sia arrivato a concepire questo personaggio (stramente, al momento attuale, il preferito nel sondaggio informale da me svolto tra i lettori di Nytrya) è l'oggetto di questa pagina. Qualcosa d'insolito, perché per quanto non faccia mai mistero in queste pagine di essere uno scrittore e di aver pubblicato dei libri, cerco sempre di non parlare degli stessi, convinto che verrebbe preso come un tentativo di vendere il libro. Non è assolutamente questo l'obiettivo odierno. Anzi, voglio solo parlare liberamente di una mia idea.

Siete avvertiti. 

L'articolo di questa settimana ha un gusto decisamente autocelebrativo. Stile culto della personalità, ma con una buona giustificazione. Condividere con persone completamente disinteressate come ho concepito un personaggio... ok, forse non è poi tanto buona.



Prima dell'Alcolismo; prima di Nytrya.


La primissima volta che scrissi di Myrddion non si chiamava nemmeno Myrddion. Anzi, non esisteva nemmeno un personaggio.

La primissima volta c'erano solo tre PG, nella mia testa, che dovevano essere interpretati dai miei compagni di merende ai tempi del liceo, che schifarono la storia della fuga da una miniera di essenze magiche nel remoto Thay (gli espertoni di D&D sanno di cosa parlo, gli altri possono cercare su Wikipedia o fregarsene).

Chi ha già letto qualche mia intervista (cercate bene che le trovate), sa che si trattò di un fiasco totale, sotto ogni possibile punto di vista. Le persone con cui giocavo avevano un'allergia alle storie complesse.

La primissima volta che ho rivisto le mie quest, ho deciso di rendere Myrddion un principe viziato, arrogante e, soprattutto, violento. Tuttavia, la cosa non mi riusciva a soddisfare in alcuna maniera. Credevo, e credo, che un lato negativo renda i personaggi più umani, più credibili e quindi più apprezzabili. Al contrario, troppi lati negativi, rendono stereotipato un personaggio, trasformandolo in quello che definirei una maschera (un fottuto cliche, insomma). Continuai a scrivere, trovandomi però nell'imbarazzante situazione di dover fare delle continue correzioni al carattere di Myrddion all'inizio della storia. Una volta finito di scrivere il libro (che oltre a Nytrya comprendeva anche un'altro grosso pezzo di trama) mi trovai di fronte alla forte discrepanza del carattere del mio personaggio dall'inizio alla fine.

Fu così che, un'estate dopo, ripresi in mano quanto scritto e iniziai a pensare a come trasformare Myrddion in un veterano. Il classico soldato invecchiato sui campi di battaglia, stanco delle armi e della guerra, desideroso solo di trovare un incarico tranquillo in vista della pensione. In questa maniera una sua "simpatia" per i nani sarebbe stata molto più sensata. Di certo, la cosa ricorda molto quello che ho poi concepito con il Myrddion attuale, ma aveva una forte pecca. L'età.

L'idea del vecchio che toglie la spada dalla ruggine non mi dispiaceva, ma andava a intaccare gran parte dell'integrità della storia della Frontiera stessa, ovvero la guerra con i nani, il fatto che la popolazione non fosse a conoscenza, salvo qualche generale, delle vere motivazione del conflitto contro il mio popolo D&D di tolkieniana memoria preferito. La cosa, poteva anche funzionare per Myrddion, ma non per il lettore. Se il protagonista sa già per quale motivo è scoppiata la guerra, perché mai dovrebbe accettare di andare nella miniera-carcere in cui sono stati rinchiusi i prigionieri?

Ametto di essermi arrovellato un po' su questo punto. Alla fine decisi di fondere i due personaggi da me creati, ma resta sempre un problema. Trasferire nel corpo del venticinquenne le esperienze e le idee di un veterano stanco delle battaglie. Ma, anche accettando l'idea di un'entrata in servizio a sedici anni e quindi una successiva carriera militare di nove anni, con tutti gli orrori visti e la disperazione in essa contenuta, non riuscivo ancora a far collimare il nuovo Myrddion con il veterano da me concepito. Mancava, a tutti gli effetti, qualcosa. Credo si trattasse delle esperienze di vita, o anche solo della credibilità necessaria a un personaggio per provare le stesse esperienze di un uomo anziano. Mancava la disperazione, la stanchezza e l'orrore provato dal vecchio dentro il giovane.

Paradossalmente, l'idea mancante, il tassello che mi serviva per riuscire a rendere credibile il mio Myrddion, la trovai nel mondo del fumetto, in uno dei personaggi della mia top five Made in Marvel.


Il Demone della Bottiglia.

La fumetteria è uno di quei luoghi in cui le persone come me si nascondono dalla gente civile per trovare comprensione insieme ad altri reietti della società. Tipo quei bar della mala che si vedono nei telefilm, solo che al posto che criminali si è circondati da personaggi inadatti a vivere, che cercano di compensare la propria frustrazione sui fumetti e le visite occasionali non le fa la polizia (per lo più), ma padri di famiglia in cerca di un regalo per il figlio (e il poveraccio verrà pure trattato come un povero deficiente dal vostro amico commesso). E mi permetto di dirlo perché ne sono parte anch'io.

In queste incursioni negli antri fumettistici una volta mi capita tra le mani un ciclo che io, allora neofita dei fumetti americani (le mie conoscenze si basavano sulle serie animate della Marvel, e stop), non avevo mai letto. E dire che sono figlio di due collezionisti! Mia madre per lungo tempo provò a inculcarmi l'affetto per l'Uomo Ragno. E ahilei, anche oggi che colleziono quattro serie Marvel differenti, non c'è riuscita.



Come da titolo, si chiama "Il Demone della Bottiglia" e parla di Iron Man, uno dei miei cinque personaggi Marvel preferiti (se ve lo chiedete gli altri quattro sono Deadpool, Dottor Strange, Thor e l'adorabile Cosa dagli occhi Blu, si fotta Mr. Fantastic).

C'è da chiedersi perché ho sempre apprezzato tanto il personaggio dell'uomo di ferro. E' lontanissimo dalla base "fantasy-mitoligica" del Dottor Strange e di Thor, non è una massa d'ironia come il buon Ben Grimm e non ha nemmeno la capacità di abbattere la quarta parete come Deadpool (che capacità!).

Ha però una cosa fondamentale: è un personaggio FATTO BENE. Vero, umano, qualcosa che difficilmente i super eroi possono vantare. Persino credibile, se ci pensate. Non è un alieno indistruttibile in calzamaglia, non è ragazzino morso da un ragno irradiato. E' un uomo che vuole fare qualcosa di buono della sua vita, ma ha contro di sé dei limiti fisici (un cuore malato) e caratteriali enormi. Un personaggio che rispetta fedelmente l'ideale di super eroe con super problemi che ha fatto grande la Marvel in passato.

Le primissime storie di Iron Man conservano un fascino un po' naif che fa sorridere e affezionare al personaggio, il genere di storie che mia madre amava quando collezionava gli albi Edizioni Corno.

Ma il ciclo del Demone della Bottiglia, pur non staccandosi del tutto da quell'ingenuità anni settanta, ha portato qualcosa nel mondo dei super eroi inesistente prima di allora. Non si era mai visto un eroe (e, badate bene, qua si parla di Iron Man, uno dei sommi eroi del Marvel Universe) alle prese con un inferno personale e professionale come quello dell'alcolismo. Ho letto che la DC aveva introdotto una cosa del genere con la tossicodipendenza di una delle spalle dei suoi eroi, ma non arriva ai livelli della Marvel in questo caso, che trasforma il suo eroe in un alcolizzato, facendogli allontanare amici e alleati.

La cosa più incredibile è che gli strascichi di questa storia Tony Stark se li porterà dietro per più di trent'anni. Nessun eroe ha mai subito una cosa del genere tanto a lungo, una svolta caratteriale che ha avuto influenze in tante altre storie.

Dopo Civil War, davanti al corpo senza vita di Capitan America, suo amico e rivale in quello che ad oggi considero il miglior Cross Over della Marvel, Iron Man confessa di non aver bevuto durante la guerra civile tra i super eroi, dicendogli:

"La buona notizia è che... nonostante tutto questo... non ho bevuto un sorso! E se non ho bevuto allora, probabilmente non berrò mai più... "

La scena mi ha toccato nel profondo. Capita raramente di sentirsi così coinvolti nei confronti di un personaggio immaginario.

Volevo questo in Myrddion.

Si parla spesso di eroi belli e maledetti. Alle volte in maniera molto lontana dalla realtà, letteralmente maledetti (mi viene il mente il protagonista di "Tutti i colori dell'Acciaio" o Ged lo Sparviere nel primo romanzo del ciclo di Earthsea). Ma non volevo limitarmi a qualcosa di completamente artefatto. Il realismo dei miei personaggi è qualcosa su cui ho lavorato, così come l'applicazione di concetti reali come l'economia o il colonialismo all'interno della società dei miei libri. A questo punto, la "maledizione" di Myrddion non poteva essere imposta da uno stregone. Doveva derivare, magari, da una scelta personale consapevole. Perciò feci di Myrddion un alcolista.

Non era il fine ultimo del personaggio, una maschera che si sarebbe portato dietro, ma un mezzo, qualcosa che nel suo superamento potesse portare anche alla sua crescita interiore.

Non so se ci sono riuscito. Penso e spero di sì, anche perché ho notato, come detto sopra, che il personaggio ha avuto un certo successo. Ma mi rendo anche conto che in realtà Myrddion non ha ancora completato il suo percorso di crescita.

C'è sempre un prezzo da pagare. E altri libri in cui poter narrare questo prezzo.

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