Prof Covenant On the Road

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lunedì 30 giugno 2014

Il mio percorso editoriale: verso il segno del Plesiosauro

Mur cerca disperatamente di spiegare alla famiglia perché, in fondo in fondo, pubblicarmi non sia stata una scelta così sbagliata. Champ cerca di ascoltare, mentre Nessie, dal canto suo, sceglie l'indifferenza.

Sinceramente, non mi ero mai reso conto di aver dimenticato questo argomento. Alle volte ho parlato di editoria, trasformando una frasetta della mia prof in un'elucubrazione mentale lunga cinquanta righe. Ma non ho mai affrontato il vero problema. 

Come diavolo sono arrivato a pubblicare?

Come finito sotto il segno del Plesiosauro?

Ancora adesso l'essere riuscito a pubblicare costituisce per me qualcosa di strano  (non ci sono le torme di fan dal seno prosperoso che m'inseguono urlando; stile Richard Castle) ma di certo non posso dire che la cosa costituisca una brutta esperienza per me. Al contrario, sono felice di ogni singolo carattere battuto sulla tastiera e di ogni singola goccia di benzina o biglietto del treno acquistato per girare l'Italia e promuovere i miei libri.

Sono fiero di essere "nato" sono il segno del Plesiosauro (persino quando Mur mi chiama nel cuore della notte, eludendo la sorveglianza dell'Editrice e ordinandomi scorte di salmone in quantità industriali, costringendomi a spiegargli che per spedirglielo ci vogliono giorni, visto che c'è una penisola e l'Appennino in mezzo).

Prima di arrivare alla Plesio, nell'ormai lontano dicembre del 2011, la mia storia è quella di un ragazzino che, obiettivamente, si era montato un tantinello la testa.

"Cattivo Federico! Cattivo!"
Per chi non lo sapesse, scrivo da quando ero tredicenne. Il mio primissimo tentativo come scrittore non era su un fantasy (ho scoperto solo in seguito che, per l'editore medio, questo termine costituisce un'imprecazione degna dei peggiori sproloqui di un Borghezio ubriaco): era un testo velatamente ispirato (...mmm forse nemmeno troppo velatamente ispirato...) al mio scrittore italiano preferito, Stefano Benni, sul modello del suo Bar Sport. Riguardava la mia scassatissima scuola media, la mia orrenda prof d'italiano e quei compagni di classe che mi causavano crisi depressive tali da farmi meditare ritorsioni su vasta scala (si andava dall'avvelenamento del serbatoio d'acqua della scuola, fino al dirottamento di una scavatrice per demolire la sala professori e la palestra). Sopravvivevo, in un periodo schifoso per ogni persona normale come quello, mettendo per iscritto la parodia di quella parodia della vita che erano le medie.

Il liceo cambiò parecchie cose. No, ero sempre considerato un pazzo disadattato (avendo scritto un fantasy lo possiamo considerare ancora tale, giusto? Più che altro va considerato tale perché ha delle voci deadpooliane nella testa) ma almeno incontrai un gruppetto di persone che m'iniziò a un mondo per me all'epoca sconosciuto: i giochi di ruolo. Col senno di poi, con questi compagni di classe ho perso i contatti, due a parte. Con altri mi sono perso di vista, oppure ho completamente tagliato i contatti, ma se ho scritto Nytrya e Bandlòr un po' lo devo pure a loro. Quindi, se cercate qualcuno a cui dare la colpa, posso fornirvi i nomi.

Il passo successivo fu breve. Dopo aver iniziato con D&D e proseguito anche con i giochi di miniature statiche, quelli a clix e le carte, trasformandomi da un innocuo ragazzino privo d'identità in un nerd inconsapevole di essere tale (quindi felicissimo), iniziai a scrivere le mie quest. E tale particolare è fin troppo noto e rischierei di annoiare.

E qualcuno svegli quel dannato orso polare in fila cinqueee!
Il momento successivo fu quello in cui misi da parte il mio plagio spudorato a Benni per mettere insieme le quest e crearne un racconto. 

C'è un particolare su cui vorrei soffermarmi: finché una persona si limita a scrivere, è davvero felice, in pace con sé stessa e, sotto molti punti di vista, realizzata. Poi viene il momento in cui sottopone il lavoro a una persona di fiducia, per cui si prova affetto. Il primo passo è sempre quello, anche se si dovrebbe evitare (bisognerebbe, secondo le autorevoli voci nella testa, sottoporlo a qualcuno che ci odia, in modo da ricevere una bella critica devastante quando ancora essa può essere utile). Il risultato sarà sempre lo stesso, la frase che ci cambierà e, per un po' di tempo, rovinerà la vita:

"Ehi, ma è bellissimo! Sai, dovresti proprio pubblicare!"

KABOOOOM!!!
 La frase in questione viene detta per due semplici motivi:

a) "nessun libro alla prima stesura è buono" e semplicemente il vostro primo lettore vuole che vi togliate dalle balle;

b) sotto sotto vi vuole bene e non vuole ferirvi in alcuna maniera...

Fatto sta che, subito dopo aver sentito questa frase dalla Professoressa Claudia Angelico, mia insegnante di scrittura creativa, dopo una prima fase a cui non diedi importanza a un simile obiettivo, esso finì per consumarmi. Appena sedicenne, spinto anche dal non trascurabile baby boom che sembrava attraversare il mondo del fantasy, pensai alla pubblicazione. C'era Christopher Paolini che vendeva, Licia Troisi che da un paio d'anni era sulla cresta dell'onda, e la cui trilogia era stata pure un oggetto regalo sfruttato in un paio d'occasioni, nelle classiche collette fatte in classe. Per non parlare della marea di film fantasy che le case cinematografiche ci propinavano dopo Il Signore degli Anelli (tra cui quel maledetto Eragon: possa tu vedere cinepanettoni per il resto della vita, tu che mi hai convinto a vederlo!!!). Perciò, mi domandavo perché loro sì e io no? 

La risposta "Perché un libro fa sempre schifo anche alla seconda stesura" non era contemplata. Avevo finito un libro di 333 (sì, forte eh? 333!) pagine word, formato Times New Roman 12. Mi sentivo un novello Tolkien pronto a spaccare il mondo, quando all'epoca, Tolkien e relativa epopea a parte, la mia formazione fantasy era limitata.

Il primissimo tentativo fu con una casa editrice locale. E, miracolo, mi risposero! Per dirmi che loro non pubblicavano fantasy, consigliandomi, molto cortesemente devo dire, di provare qualche concorso, prima di presentarmi agli editori. Diedi loro retta.

Non l'avessi mai fatto!

Era fine 2005 quando mandai il mio libro a un premio letterario. Fu una catastrofe: non solo venni escluso (romanzo troppo lungo, dicevano) ma si tennero pure i soldi dell'iscrizione, convertiti in un buono regalo di cui, ad oggi, non ho ancora avuto notizie. Se ne sapete niente, siete pregati di riferire.

Mi arresi? No! Sono un tifoso della Sampdoria, quindi masochista come pochi!

Riscrissi ancora una volta il libro e lo mandai a un altra casa editrice l'anno successivo. Questi signori mi definirono, senza mezzi termini, "davvero impubblicabile"...

"Beh, almeno ho ricevuto una risposta", mi dicevo...


Buon vecchio Snoopy...
Con questo tentativo, venne il primo attacco di depressione acuta. Smisi per un po' di scrivere, tanto più che era il 2007 e dovevo dedicarmi all'esame di maturità. Passata la turbolenza dell'esame, ripresi a lavorare sul libro, arrivando alla quarta riscrittura. Era, forse, la prima decente (decente e leggibile sono ancora termini distanti, per me), dato che nel frattempo i miei orizzonti in fatto di fantasy si erano ampliati a Brooks, Gaiman, Parker, WEIS & HICKMAN, DONALDSON, PRATCHETT, MARTIN, Williams, Bradley, LE GUIN (lettura che, come effetto collaterale, ebbe un incremento dell'odio nei confronti di Paolini), MOORCOCK, McCaffrey. 

Sfortunatamente tale riscrittura non andò a qualcuno capace di aiutarmi. 

Una buona parte delle copie fece la fine degli scarti tagliati dalle Miracle Blade: sospetto che tutti quelli dell'ufficio manoscritti nelle grandi case editrici siano dotati di una scrivania con una botola, come il tavolo da lavoro dello Chef Tony, con buco nero in miniatura incorporato. Un altro venne respinto, definendo il mio romanzo "non-fantasy" (per altri sarebbe stato un complimento, per loro un insulto!). L'ultimo tentivo di questa tornata fu forse quello più nefasto.

Venni attratto da un sedicente premio letterario su Repubblica (Repubblica! Il secondo quotidiano nazionale!) e spedii loro una copia del mio lavoro. 

Sorpresa, sorpresa, sorpresa! Nei primi mesi del 2008, ottenni una risposta positiva, in cui sostenevano che avevo vinto il concorso (seeeeeeeeeeee!!!) e un contratto di pubblicazione! Leggendo il contratto che mi era stato spedito, ebbi una moto di orgoglio, lo ammetto. Mi sentivo davvero in rampa di lancio. Poi il mio sguardo cadde su un paragrafo, leeeggermente più piccolo degli altri. L'autore, cioè io, avrebbe dovuto sobbarcarsi l'acquisto di 100 copie per "lanciare la vendita del libro", spendendo, in comode rate mensili da 32,5 €, un totale di 3250 €. A voi le debite conclusioni.

I miei genitori, che fessi non sono (sono figlio di un'operatrice sanitaria e un operaio passato al servizio pubblico dopo la chiusura della fabbrica nel 1994) mi sconsigliarono di accettare. Col senno di poi è facile pensare che i miei genitori mi abbiano evitato una fregatura epica, ma all'epoca, anche per colpa delle parola melliflue del tizio della casa editrice in questione (non faccio nomi, ma meriterebbero seriamente il contrario, per essere sbugiardati, ma ho paura di ritorsioni, lo ammetto, anche se questo blog è frequentato da cinque persone) ci rimasi malissimo. Questa esperienza si prese un pezzetto della mia innocenza (uno dei tanti...), parte della mia autostima, della mia fiducia nel mondo...

...sì, anche quella...

Ci volle una quinta riscrittura (seguita a ruota da una sesta), a cui seguì l'invio a un altro premio letterario per capire che tali concorsi, in Italia, se non sono pilotati, sono quasi certamente fregature. Anche qui mi vennero proposte delle rate mensili degne della buon'anima di Gigi Sabani e, FINALMENTE, realizzai che si trattava di una fregatura. Mi rammarico solo di averci messo troppo tempo, ma almeno questi mi regalarono dei loro libri. Piccola nota di colore, in seguito mi riproposero il contratto un altro paio di volte, ma considerato che tutte le volte che provavo a contattarli per dirgli "Ehi, belli, ormai ho pubblicato, smettete d'intasarmi la cassetta delle lettere", c'era un centralino con una voce inquietante che chiedeva di chiamare in orario di ufficio. Questo messaggio, normalmente, era ripetuto in loop tra le 8-12 e le 14-18 di un giorno feriale... (TRUE STORY!!!).

In quel periodo non smisi di scrivere. Continuai, arricchendo ancora le miei letture con scrittori meno noti, forse, tra cui Sapkowski, Heitz, Preussler, ma anche Howard, Eddison, Eddings e Stroud, cercando sempre di migliorarmi traendo qualcosa da ognuno di loro. Lessi anche dei manuali di scrittura da cui trassi alcuni consigli interessanti, iniziando quella che sarebbe stata la settima riscrittura.

Purtroppo il 2011 fu, complessivamente, un anno catastrofico. Nel mezzo, oltre a delle amicizie spezzate in malo modo, ci fu quello che forse è tutt'ora l'evento peggiore della mia vita, la malattia e la morte di mio nonno paterno, Tommaso. Ecco, in quel momento smisi di scrivere. Lasciai il mio mio libro a poco più di un terzo, senza dedicarmi più ad esso, vedendolo esclusivamente come un retaggio della mia adolescenza. In poco tempo, ci lasciò anche mio zio. Inutile dire che, in quel periodo, nell'estate del 2011, la vita non mi sembrava foriera di grandi occasioni. Il tutto peggiorato anche da un evento catastrofico che coinvolse la mia città, come l'alluvione del 4 novembre (ricordo le giornate in mezzo al fango, a scavare, in maniera strana, quasi confusa; più nitida è la gente sul bus che, indipendentemente dall'età, si alzava per farmi sedere, senza badare alla melma che mi ricopriva).

Nel frattempo ci fu pure spazio per altre delusioni letterarie (quelle non mancano mai). Una mia conoscente propose il mio romanzo a un editore locale che, per tutta risposta, mi propose di diventare una sorta di ghost writer: altri soggetti avrebbero messo mano al mio romanzo, attribuendosene la paternità, "spezzandola" per farlo sembrare un progetto corale. Visto così, sembra un esperimento d'ingegneria genitica preso da un film già visto.

Eppure, nonostante tutto, qualcosa di buono sarebbe venuto fuori da quell'annata catastrofica.

Conobbi Plesio Editore grazie a una community on-line, da cui la casa editrice prese poi il nome della sua collana fantasy, Aurendor. Leggevo da parecchio tempo, pur non partecipando particolarmente alle discussioni del forum. La notizia di questa nuova casa editrice, in un primo momento, mi colse in maniera strana. Da una parte vedevo molto favorevolmente questo esperimento editoriale appena nato. Volevo fare un ultimissimo tentativo, il famoso "o la va o la spacca" e, mi dicevo, "in fondo la settima riscrittura non fa così schifo". Dall'altro, se il rifiuto fosse stato quello definitivo, avrei appeso "la penna" al chiodo.

Fu strano, per me, ricevere risposta positiva al mio operato. Dopo tante facciate, tanti manoscritti a vuoto, tante delusioni sembrava impossibile. Posso dire, col senno di poi, che la cosa che mi rende più orgoglioso sia l'esserci riuscito senza "aiuti esterni", o raccomandazioni se preferite. 

Non credo sia questo il caso di raccontare il lavoro che fu fatto dalla neonata casa editrice sul mio primo libro. La cosa importante, come ricordato nei ringraziamenti di Bandlòr, è che quella mail dell'ufficio manoscritti di Plesio Editore costituisce tutt'ora per me un sostegno in momenti difficili, un aiuto a superare crisi creative. Sapere che qualcuno ha avuto fiducia in me, mi spinge a scrivere ancora ma, soprattutto, a riscrivere. 

A migliorarmi, spero.