Prof Covenant On the Road

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venerdì 12 agosto 2016

7 Aprile 1991 - 12 Agosto 2016



Irrazionale. Tutto quello che riguarda il calcio è innegabilmente stupido e irrazionale. 

Non lo puoi spiegare, non riesci a capire come mai tante speranze, delusioni, dolori e gioie vengano sublimate da qualcosa di mutevole, qualcosa privo di volto e personalità. 



Così tutte le volte che provo a spiegare per quale motivo io sia così infatuato del calcio e, soprattutto, della Sampdoria, finisco per fallire miseramente. Ed è triste, se penso che questo genere di cose dovrebbero essere il mio pane quotidiano.

Eppure, anche dopo il fallimento, dopo quel sorriso di derisione che mi becco da tutti, tifosi e non tifosi, dopo aver cercato di spiegare perché sono sampdoriano, ecco che la mia mente torna a quel bambino che avrebbe compiuto tre anni il giorno dopo, mentre entra spaventato per la prima volta in Gradinata Sud, in braccio al suo papà. Confuso e un po' disorientato per tutte le voci attorno a lui, un puntino fermo e silenzioso in un mare blucerchiato in tempesta, nasconde la testolina sulla spalla del genitore.

Poco alla volta alza lo sguardo. Lo vedo nitidamente cercare lo sguardo della propria madre, e vedo suo fratello sorridergli. Improvvisamente, attorno a lui, oltre venticinquemila persone iniziano a cantare, la melodia è stranamente dolce, inattesa. La stessa canzone che la mamma di quel bambino gli canta per farlo addormentare, e la paura passa. Sorride, muove le manine, salutando i giocatori che iniziano a scendere in campo, annunciati dallo speaker: Pagliuca, Mannini, Lanna, Pari, Vierchowood, Pellegrini, Lombardo, Cerezo, Vialli, Mancini, Dossena. La melodia continua, e si sente parte di essa. Non è più solo, non lo sarà mai più.

Se penso alla Sampdoria, penso ai colori e alla musica di quel giorno, al papà di quel bambino costretto a rincorrerlo in ogni anfratto della Gradinata Sud per recuperarlo, alle risate che questa visione strappava sui volti dei tifosi più anziani, mentre in campo la squadra giocava, lottava e, ahi, si faceva rimontare. Ma poco importa: quel 7 aprile 1991 è nata una passione, e la passione è illogica, non ha bisogno di motivazioni o spiegazioni. E nemmeno della vittoria.

A fine partita, dopo un pareggio che poteva essere una vittoria (e che non comprometterà, il mese dopo, la vittoria di quell'unico scudetto), il papà di quel bambino lo riporta alla macchina, mettendolo sul seggiolino di una Fiat Uno rossa, scuotendo la testa e minacciando la moglie di non portare più il piccolo allo stadio. 

Sono passati venticinque anni, e quel bambino, che allo stadio ci è tornato un numero di volte incalcolabile, tra sconfitte e vittorie, speranze, delusioni e sogni infranti, sta scrivendo per cercare di spiegare come mai ami tanto la Sampdoria, fallendo ancora una volta nel tentativo (in fondo non c'è peggior sordo di chi non vuole ascoltare), ricordandosi di cosa sia iniziato con quella partita. E intanto quella stessa squadra compie settanta anni di storia. Ha cambiato volto, non sempre in meglio, ma è rimasta sempre lei. Sperando che il futuro possa essere migliore. 
Sia il suo che quello del bambino.

Settanta volte auguri, mia Sampdoria.